L’ARRINGATORE

L’ARRINGATORE di PILA                                                                                                                                                                                                        

La  celebre statua   bronzea dell’Arringatore è una delle testimonianze della grande scultura in metallo giunta integra fino a noi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Rappresenta un personaggio in età matura, con toga corta e calzari di tipo senatorio, costume di tipo romano, ma già utilizzato dai princeps etruschi.  Il bordo della toga presenta una iscrizione in caratteri etruschi. Tra le altre, vi si leggono le parole Tece San (una divinità) e soprattutto Aule Meteli e per questo alcuni pensano che sia il simulacro del console AULO METELLO. 

Questa iscrizione sembra orientare la statua in un ambiente ancora etrusco e datarla al II secolo a. C.   Altri ritengono che rappresenti SCIPIONE L’AFRICANO o un lucumone etrusco o Pilunno dio degli etruschi o Malon Tagete, aruspice toscano.

La statua presenta la mano destra alzata, mentre la sinistra è abbassata e avvolta nel panneggio. Per alcuni si tratta dell’antico gesto della preghiera, per altri quello della adlocutio, come di uno cheparla, arringa la folla e sulla base dell’interpretazione del gesto romano del silentium manu facere (chiedere con la mano di fare silenzio) Lanzi nel 1789 coniò la fortunata denominazione di ARRINGATORE. Attualmente la statua si trova alla GALLERIA NAZIONALE DEGLI UFFIZI di Firenze.

Il luogo del suo ritrovamento

E’ stato oggetto di dispute tra gli storici. Due sono i luoghi indicati e precisamente il paese di Pila a circa 8 Km a sud/ovest di Perugia e Sanguineto vicino Tuoro a nord del lago Trasimeno.

Per quanto riguarda Pila, il documento più antico e ricco di particolari è contenuto nelle MEMORIE di Raniero Franchi con riferimento al periodo 15 settembre e 21 0ttobre 1567.  E’ accertato che la statua è stata scoperta nel luglio 1567 e non 1566 come si era prima stabilito.

E’ interessante riportare, almeno in parte, quanto ha scritto il Franchi:                                                                                                                     “.. lavorando un contadino da Pila in una sua vigna scoperse e trovò una statua di bronzo molto antica, che rappresentava un vecchio dritto di giusta misura con lettere etrusche  che non si intendono, con la sinistra mano al corpo e con la destra in atto di dare benedizione , o atto simile,ma come si fosse gli venne rotto il braccio dritto e però fu quasi in pensiero di spezzarla tutta, e venderla in pezzi per bronzo.  Pure si risolse di parlarne e confidarsi  con Giulio di Dante orefice, il quale vistola la comprò dal contadino per 60  scudi; e fatto venire da Fiorenza il Frate Ignazio di San Domenico suo figlio che lavorava di scultura per il Duca (Cosimo I deiMedici ), a vedere quella statua e trovandosi in Perugia Cencio l’altro suo figlio sue faccende , o vero, come altri dissero, essendo venuto a posta,  si risolverono nel principio di settembre  di mandarla a donare al Duca, e incassatola, si risolverono di portarla  da Pila a tre ore di notte  con soprascritto al Ecc.mo Duca di Fiorenza su due cavalli a foggia di lettiga; e benché a Passignano fosse fatta fermare dai gabellieri, pure per il soprascritto non furono arditi di chiarirsi quello che era in quella cassa , per quello si diceva il frate, che il Papa la mandava al Duca; e che non  era altro che una statua di marmo, replicandogli più volte che se l’aprivano o trattenevano sariano  incorsi nella disgrazia di Sua Santità.”

Il documento continua con altri particolari, molto significativi per la storia dell’Arringatore che sono stati confermati dalle ricerche storiche pubblicate di recente di cui si fa’ cenno in seguito.

Un  altro documento è presente nelle Memorie Annali et Istoriche delle cose di Perugia, raccolte da Felice Chiatti nel 1638, il quale parla così dell’Arringatore: Bella e antichissima statua di bronzo, che nel distretto di Pila non lungi da Perugia ritrovata e poi donata al Granduca Cosimo I di Toscana, ora si trova nell’ Augustissima Galeria di Fiorenza , con vanto di essere una delle belle memorie dell’antichità, che si trovi in Italia”

Il Chiatti ricorda come la statua fosse stata anche considerata un simulacro di Scipione L’Africano e questo, spiega, forse trassero da Tito Livio, il quale racconta che questo gran Capitano per compiere l’armata navale contro Cartagine, ricevesse dagli affettionati Perugini segnalati aiuti; onde forse dopo le sue gloriose vittorie a lui gli stessi questa onorata memoria consacrarono”

Il Chiatti fa presente come “Altri, e meglio, stimarono questa essere Statua d’uno dei Lucumoni che quasi Regi in Perugia risiedeva, a cui per qualche segnalata attione i grati cittadini ersero questa onorata memoria. Altri, dal luogo ove fu trovata, chiamato Pila, stimarono che di Pilunno uno dei Dei e da cui Pila denominossi, simulacro fosse”.

Inoltre, per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo Pila, il Chiatti lo collega alla presenza di sepolcri intorno ai quali si facevano cerimonie funebri e si erigevano statue e simulacri di defunti.

Per quanto riguarda la identificazione il Chiatti osserva che “primieramente l’abito mostra la statua essere etrusca non romana e conseguentemente non essere altrimenti di Scipione Affricano, ma di personaggio Tuscano “.

Documento degno di nota e molto indicativo è quello tratto dalle Memorie di un erudito eugubino Gabriello de’ Gabrielli, famoso per la divulgazione delle Tavole di Gubbio, conservate nell’archivio di Stato di Gubbio.

Il Gabrielli, nel 1583, data molto vicina a quella del ritrovamento, nell’illustrare le scritte sulla veste della statua annota: ”Lettere nella sommità della statua di Metello, quale fu trovata a Pila, Castello di Perugia, et hora è in Fiorenza nel Palazzo di Pitti”.

G. Conestabile, riportato anche da Bonazzi, afferma che il ritrovamento avvenne in un terreno di proprietà della nobile famiglia dei Mansueti.

Un cronachista perugino, Domenico Scutillo nella sua “Storia di Perugia 1781” afferma che la statua dell’Arringatore fu rinvenuta nei pressi di Pila, castello di Perugia Castrum Pilae

V. Cavallucci ne scrive in Memorie Storiche della Parrocchia di Pila della Archidiocesi di Perugia, un manoscritto conservato negli archivi parrocchiali di Pila.

Altri storici e scrittori perugini che danno notizie sull’Arringatore sono A. Fabretti, L. Bonazzi.

La tesi del ritrovamento a Sanguineto,

E’ sostenuta da Rondinelli commissario del Granduca in diverse città della Toscana, il quale in uno scritto del 1591“Descrizione di Cortona e del suo contado”, con riferimento alla seconda guerra punica tra i Romani e i Cartaginesi di Annibale, afferma “….. et in essa valle vicino al Trasimeno nel qual proprio luogo furno rotti i Romani fu trovata la statua di Scìpione et di continuo vi si trovano Arme romane et medaglie d’Argento”

G.  Pelli su “Saggio istorico della reale Galleria di Firenze” è dell’avviso che la statua sia stata ritrovata nella valle di Sanguineto presso il lago Trasimeno e che Ignazio Danti l’abbia comperata in Perugia da un certo Costanzo da Pila “. 

G.B. Vermiglioli in “Antiche Iscrizioni Perugine” sembra incline ad accettare la testimonianza del Pelli della quale si serve per spiegare il significato delle parole etrusche incise sul lembo del manto. 

Nel 1964 Dohrn nel suo scritto “L’Arringatore, capolavoro del Museo Archeologico di Firenze” sostiene chela statua fu rinvenuta a Pilaaffermando che il racconto riportato da Pelli e ripreso da Rondanelli fu redatto ad usum serenissimi Ducis ovvero fu una trovata escogitata per giustificare il Duca del possesso della Statua.

Il processo civile che dimostra il ritrovamento della statua a Pila

Lo storico e archivista  Alberto Maria Sartore  ha  recuperato nell’Archivio di Stato di Perugia  un importante documento (pubblicato nella rivista “ Bollettino d’ Arte,  n. 42 pag 13,  2019 )  relativo al processo civile di prima istanza (che va dal settembre 1567 al luglio  1568) intentato  dalla nobildonna perugina  Mansueta dei Mansueti e da Scipione suo figlio, contro Costanzo di Camillo detto il Barbone di Pila per aver dissotterrato (nel luglio 1567) in una vigna  di  proprietà della stessa, situata poco lontano dal Castello di Pila, in vocabolo  “ La  Fonte di Sant’ Ilario “ una antica statua di bronzo. Essa si riteneva la legittima proprietaria del bronzo e ne richiedeva la restituzione o il corrispettivo del suo valore in denaro.

Come risulta dal lungo dibattito il simulacro era stato rinvenuto presso un “greppo” adiacente ad un fossato che confina con un terreno del perugino Ludovico Ranieri, il quale a sua volta ne rivendica la proprietà.

“Il sito risulta acquitrinoso e franoso perché prossimo alla fonte (come ancor oggi). La statua, al momento della scoperta, era supina sotto un avallamento del terreno che era franato a causa delle forti piogge. Lo smottamento aveva portato in vista il simulacro.”

Il processo si conclude con sentenza del 20 luglio 1568 emanata da Giuseppe Donzello, luogo tenente del Governatore pontificio di Perugia e dell’Umbria con la decisione che la statua recentemente rinvenuta appartiene ad entrambe le parti, una metà per ciascuno. Costanzo di Camillo viene condannato al risarcimento, essendo stato accertato che egli aveva venduto “l’antico simulacro” all’orafo perugino Giulio Danti.  Il contenzioso tra la nobildonna e suo figlio contro Costanzo continua con la supplica presentata da quest’ultimo al papa Pio V in cui si dichiara “miserabile” e pertanto impossibilitato a risarcire la somma dovuta ai Mansueti.     Un secondo processo viene intentato dai Mansueti contro il contadino in cui viene richiesta la confisca dei suoi beni. Come sia andata a finire tutta la vicenda giudiziaria resta incognita.  Risulta dagli antichi catasti del Comune di Perugia che Costanzo fosse deceduto nel 1588 e che non era affatto nullatenente.

E’ molto interessante leggere le testimonianze, in stretto dialetto perugino, prodotte in giudizio da Costanzo, dalla sua moglie, dal suo cognato e dagli abitanti del luogo che avevano assistito o, per sentito dire, al ritrovamento della statua.

Si riportano le testimonianze più significative:

Francesco di Biagio di Villa Boneggio, cognato di Costanzo e fratello di donna Bastiana, moglie di Costanzo, così testimonia: “ Essendo io in quel de Pila, venne del mese di luglio del presente anno ( era il 1567 )  se ben me recordo donna Bastiana mia sorella moglie di Costanzo, altramente Barbone de Camillo de Pila , et me disse: “ Costantio te vorria parlare, che ha trovato una cosa grande come un persona et vorria gli agiutassi a levarla via. Et io odite tal parole andai a trovare detto Costantio et insieme con esso andai ad un pezzo di terra lavorativo, olivato et arborato posto nelle pertinenze de Pila, in vocabolo la fonte di Sant’Ilario…..”.

E, dopo altre annotazioni, continua:

“ viddi una statua di metallo, credo di lunghezza di cinque piedi incirca, in forma d’huomo con un mantello del medesmo metallo, con i piedi in forma de apostoli          ( sono i calcei tipici dell’epoca romana ), con la testa scoperta, se ben me recordo, et allora era dritta ma fuora del luogo dove era stata stratone; et pigliammo detta statua di Costanzo,  et io et detta mia sorella et la mettemmo a traverso sopra una somara  et la legammo con fune  et la  portammo in casa  di  detto Costanzo   qual  sta presso  al castello  de Pila, et lì la levammo dalla somara et la mettemmo in detta casa, et la appoggiammo a uno muro, et anco la lasciammo stare; quale secondo il mio parere pesava quattrocento libre incirca, ma vi era dentro al cranio della  terra, et fatto questo io me partii da detto Costanzo, et quando andammo a vedere et portare via detta statua poteva essere una hora et mezza o doe incirca de notte”.

Donna Bastiana moglie di Costanzo, testimonia “

“Credo fusse del mese de luglio di questo anno (1567) che detto Costantio mio marito me disse: Bastiana! io ho trovato un “bordello “

La deposizione di donna Bastiana non si discosta da quella del fratello Fracesco e riferisce che alcuni giorni prima erano venuti dui mulattieri a prelevare la statua dalla casa sua e di Costanzo”. Dichiara che non sapeva dove l’avessero trasportata perché “non i due mulattieri dicevano niente a me che facevano con Costantio mio marito”.

I due mulattieri erano stati inviati dall’orafo perugino Giulio Danti al quale Costanzo aveva venduto la statua. Il Danti poi l’aveva inviata a Firenze al Duca Cosimo I.                                                                                                                                                                                                                                                     Bastiana nutre in sentimento di paura per quell’oggetto in forma d’huomo scaturito dal sottosuolo e simile ad un demone infernale. Inoltre, condivide col marito il termine bordello per indicare il simulacro ed il luogo del suo ritrovamento.             

Una conoscente di Bastiana e testimone anch’essa al processo riferisce che quando lei (Bastiana) vidde la statua, gli mise paura che era brutta e di color verde.

Una ulteriore conferma dei fatti è rilasciata da Guerra di Pietro, un colono di Pila

 il quale così testimonia: “detto Costanzo, Bastiana et io andammo alla possessione  de madonna Mansueta et lì in un greppo presso il fossato che è  tra essa et messer Lodovico della Fratta  trovammo una statua de metallo quali tutti tre caricammo sopra uno asino de esso  Costanzo et la posammo dentro in casa  et esso testimonio soggionse  al detto Francesco dovea essere una bella cosa , et Francesco rispose et relevarsi verde  et haveva rotto un braccio”.

Circa il fatto che la statua si presentava di colore verde, il testimone si riferiva alla patina prodotta dalla ossidazione superficiale del metallo. 

Rilevante è la descrizione della statua da parte di Giulio Danti l’orafo, quando vide la statua per la prima volta:

Quando io andai a Pila, in casa di Costantio Barbone per vedere la statua di bronzo che lui havea trovata, et che mio figlio comprò per il duca di Fiorenza; io vidi benissimo detta statua et tra gli altri particolare che io ci notai ci avvertii anchora  questo che degli occhi di detta statua n’erano levate le casse della pupilla, cioè quel biancho et lui mi mostrò dette casse che lui havea levate et io le considerai benissimo et giudicai che fussero d’avorio schietto o’ pure  avorio diventato pietra per la lunghezza del tempo, et mi disse de più detto Costanzo qualmente havea levate le lucciole che erano dui pietre legate in un filetto d’oro che erano rilucenti…. “

 (le lucciole sono le pupille)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Dal processo si evidenzia con chiarezza che il luogo ove il contadino ha dissotterrato la statua è una significativa area archeologica etrusca. Infatti sul luogo della scoperta viene segnalata la presenza di “assai pietra con calcina” e sono menzionati diversi blocchi di travertino rimossi dal contadino per essere utilizzati presso la sua abitazione; sono segnalate pignatte, pietre grosse ed altri oggetti.

La presenza di questi reperti, il rinvenimento di sepolture di età ellenistica nella zona di Pila   dimostrerebbe che a Pila e precisamente nell’area circostante la “ Fonte di Sant’Ilario “ vi fosse una vera e propria necropoli o  vi sorgesse un  santuario etrusco. 

Grazie alla nuova documentazione reperita da Alberto Maria Sartore si può affermare che la cronaca di Raniero Franchi sia assolutamente veritiera. La memoria della scoperta dell’Arringatore a Pila era ancora viva a Perugia nei decenni successivi al ritrovamento.  Il clamore della scoperta di una statua di metallo in forma d’huomo era diventata di dominio pubblico –

Il luogo di ritrovamento della statua è situato lungo l’antico tracciato stradale che congiunge Pila a San Martino in Campo in vocabolo “la Fonte di Sant’Ilario“ vicino alla omonima fonte. Oggi la strada è a monte, lasciando la sorgente a circa 40 sulla sinistra.

E’motivo di grande rimpianto la mancata prosecuzione delle ricerche ed il frettoloso occultamento del luogo, allorchè nel costruire la nuova variante della strada Pila – San Martino in Colle sono stati   rinvenuti diversi reperti analoghi. 

L’Arringatore è il simbolo della Associazione PRO-PILA ed il parco di Villa Umbra è chiamato PARCO DELL’ARRINGATORE.

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